Non è la prima volta che il mondo affronta una crisi nella produzione dei microchip. Un episodio simile si verificò negli anni ‘80. Ma, secondo gli analisti, quella che stiamo attraversando adesso, complici anche diversi fattori contingenti, rischia di protrarsi per ben più tempo, con pesanti ricadute economiche sull’intero comparto della componentistica elettronica, a partire dal settore automobilistico, al momento il più colpito da questa crisi. Le previsioni più ottimistiche dicono che la crisi durerà almeno fino al 2023, ma c’è chi già si sbilancia nel dire che potrebbero volerci anche cinque o sei anni, prima che si riesca a correre ai ripari e mettere in sicurezza la catena d’approvvigionamento per evitare che la carenza si cronicizzi.

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Crisi dei microchip: le cause

Ma come si è arrivati a questo punto? La crisi economica scatenata dalla pandemia di Coronavirus è solo uno degli elementi che compongono il quadro. Altri fattori che hanno concorso a delineare questo quadro sono la guerra commerciale avviata da Trump contro la Cina, L’ex Presidente puntava a limitare l’approvvigionamento di tecnologia statunitense da parte di colossi come Huawei, e le particolari condizioni ambientali e geopolitiche (la minaccia costante della Cina a Taiwan, e la siccità che ha colpito l’isola limitando le riserve d’acqua necessarie per la produzione di microchip) della zona attorno al Mar Cinese, dove tra Cina, Corea e soprattutto Taiwan, vengono prodotti la quasi totalità dei microchip di ultima generazione, da parte di colossi come Samsung e la TSMC (che da sola produce il 95% dei microchip di fascia più alta). A completare il tutto, vi sono state le errate stime sulle proiezioni di vendita, gonfiate nel caso del settore automotive e sottostimate nella maggior parte degli altri casi, che hanno creato problemi agli addetti ai lavori in più di un’occasione. Dato che la produzione europea è limitata sia nel genere che nella qualità rispetto a quella asiatica, siamo costretti a importare da Taiwan e dalla Cina la maggior parte dei chip che consumiamo, ma ovviamente queste nazioni tendono a favorire i mercati interni, creando ulteriori problemi d’approvvigionamento per le nostre aziende. Ultimo problema ma non per importanza, è l’aumento costante del costo del carburante, che fa schizzare i prezzi del trasporto e di conseguenza quelli del prodotto alle stelle.

L'Europa corre ai ripari

Tutti gli attori più importanti stanno correndo ai ripari per assicurarsi che la produzione di microchip possa soddisfare la richiesta per i prossimi anni. 

Anche l’Europa, che da anni è afflitta da un ritardo cronico nel comparto, ha varato recentemente un piano per limitare la dipendenza dalle forniture asiatiche, con l’ambizioso obiettivo di tornare ai livelli di produzione degli anni ‘80 e ‘90, quando il vecchio continente produceva quasi il 40% dei microchip a livello mondiale. Si stima che per far tornare la produzione nei territori dell’Unione, verranno stanziati circa 45 miliardi di Euro. 10 in investimenti diretti e 35 tra fondi privati e sostegno alla ricerca. Come detto prima, è il sud est asiatico che oggi produce la quasi totalità dei chip. Questa situazione ha esposto l’Europa a milioni di perdite dovute ai colli di bottiglia causati dalla carenza di chip degli ultimi due anni. Non si esclude un piano in concerto con l’americana Intel, l’unica produttrice di chip occidentale a potere sfidare TSMC e Samsung, per l’apertura di nuovi impianti. Gli States a loro volta si stanno riorganizzando in proprio per mettere al sicuro la propria produzione, potenziando i propri impianti per produrre chip a 5 nanometri (un nanometro equivale a un miliardesimo di metro) al posto di quelli da 7 nanometri attuali. Sarebbe un salto in avanti di non poco conto, che metterebbe Intel in grado di reggere la concorrenza tecnologica dell’Asia nel prossimo futuro.

Oltre alla promessa d’aprire otto nuovi impianti di produzione sul suolo europeo, Intel ha promesso lo stanziamento di un miliardo di dollari per promuovere la filiera di produzione e commercializzazione del prodotto.

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Il Chips Act

Il Chips Act, che è stato ufficialmente annunciato l’8 febbraio, si muoverà in tre diverse direzioni: per cominciare, tramite l’iniziativa Chips for Europe  verranno messe in comune le risorse dell’Unione, degli stati membri, dei paesi terzi associati e del settore privato, e messi a disposizione 11 miliardi per ricerca, sviluppo e innovazione. In questo modo si cercherà di promuovere la creazione di semiconduttori di nuova generazione, di linee pilota per realizzare prototipi, test e sperimentare nuovi dispositivi, formare il personale e sviluppare una comprensione approfondita dell’ecosistema dei semiconduttori e di tutta la filiera produttiva.

In seconda battuta si punterà a sviluppare uno schema per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, che servirà ad attirare nuovi investimenti e potenziare le capacità produttive delle aziende. Il Chip fund dovrebbe permettere un facile accesso ai finanziamenti per le startup, così da sostenerle nello sviluppo di progetti innovativi e attrarre nuovi investitori. Il fondo includerà anche uno strumento finanziario dedicato agli investimenti azionari nell’ambito del programma InvestEu, per aiutare scale up e piccole medie imprese a espandersi nel mercato.

Infine, il nuovo quadro normativo prevede la costituzione di un meccanismo di coordinamento tra paesi membri e la Commissione per monitorare l’approvvigionamento dei semiconduttori, valutare la domanda e prevenire possibili carenze.

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Dall’altro lato dell’Atlantico, si pensa alla creazione di dieci nuovi impianti e finanziamenti per 52 miliardi di dollari, con la speranza di portarli, grazie a fondi e incentivi privati, a oltre 150 miliardi per la creazione degli impianti. I privati hanno già dato il via alla costruzione di quattro nuovi impianti, tre in Arizona (una di Tsmc e due di Intel, per 20 miliardi di dollari) e uno in Texas (Samsung).